Il disturbo evitante di personalità è un disturbo di personalità caratterizzato da un’intensa inibizione sociale, sentimenti di inadeguatezza personale e ipersensibilità al giudizio negativo che si manifesta in svariati contesti e che emerge già nella prima età adulta. I “sintomi” *che caratterizzano le persone con disturbo evitante e necessari per diagnosticarlo sono almeno quattro tra i seguenti: *I criteri riportati fanno riferimento al DSM 5 (American Psychiatric Association, Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali – Quinta edizione)Cos’è il disturbo evitante di personalità? Quali i sintomi comuni per riconoscerlo?
Nella vita quotidiana, chi soffre del disturbo evitante di personalità è descritto dagli altri come “riservato, timido, insicuro, introverso, solitario” e la persona stessa si riconosce tale, raccontando vissuti emotivi personali di profondo disagio, senso di inadeguatezza e diversità. I problemi principali che si trovano a vivere si manifestano nell’ambito lavorativo, relazionale e sociale. Tendono ad essere estremamente timidi e quasi invisibili all’interno dei contesti relazionali, evitando con cura qualsiasi occasione per essere al centro dell’attenzione spaventati dall’idea di fare brutta figura e di essere ridicolizzati. Nelle situazioni sociali sono particolarmente ipersensibili ai segnali comunicativi altrui, interpretati come indicatori di rifiuto, critica e non accettazione e quindi sono spesso passivi, fanno fatica a parlare e raccontare di sè, hanno timore di esporsi, d’essere umiliati dagli altri. All’interno dell’ambito professionale, il timore della critica può portarli a rifiutare colloqui di lavoro, offerte di promozione, a fare scelte di basso profilo lavorativo o a non assumersi nuove responsabilità: faticano altresì a confrontarsi all’interno dei team, restando isolati e marginali, si espongono poco e a fatica. La difficoltà a partecipare con piacere ad attività di gruppo, a meno che non vi siano prove significative di supporto e accudimento da parte degli altri, li caratterizza anche nella sfera privata: facilmente la persona con disturbo evitante di personalità preferirà uscire singolarmente con un amico/a conosciuto e fidato, piuttosto che in gruppo. A livello relazionale è difficile per loro fare nuove amicizie, infatti, se non sono certi di piacere e d’essere accettati senza critiche, possono essere reticenti a iniziare una nuova conoscenza, in quanto di base, gli altri sono percepiti giudicanti e la persona ha bisogno di prove rigorose d’accettazione prima di potersi fidare. L’intimità relazionale è spesso complicata. Sebbene siano in grado d’entrare in relazione con l’altro e stabilire relazioni intime, faticano a farsi avanti anche nelle relazioni amorose, dove la condizione necessaria è la certezza d’accettazione. All’interno del gruppo parlano poco, non si espongono e non chiedono, non esprimono i loro bisogni, perché si aspettano che indipendentemente da quello che dicono, gli altri lo riterranno “sbagliato” per cui spesso non dicono nulla e restano in silenzio. La persona con disturbo evitante desidera il contatto umano e le relazioni ma ne è spaventato, ha paura a fidarsi dell’altro e si ritrova a vivere vissuti di solitudine e isolamento pur desiderando molto partecipare attivamente alla vita sociale. I vissuti emotivi principali sono di inadeguatezza, ansia, vergogna e bassa autostima: si ritengono socialmente inetti, personalmente non attraenti, inferiori agli altri, meno competenti, capaci o attraenti. Le conseguenze del disturbo evitante di personalità nella vita quotidiana
Le persone con disturbo evitante fanno fatica a rivolgersi allo psicoterapeuta perchè, proprio a causa del loro problema, tendono ad evitare di chiedere aiuto, intimoriti dal giudizio e dalle possibili critiche, anche da parte del terapeuta stesso. A fronte di questo sarà necessario iniziare il percorso terapeutico con la costruzione di un solido rapporto di fiducia, all’interno del quale la persona si senta accolta e maggiormente a suo agio. In particolare sarà prioritario costruire una visione condivisa e costruttiva del percorso terapeutico strutturando strategie di collaborazione e di confronto. A fronte della particolare sensibilità all’ansia interpersonale, già nelle fasi iniziali del trattamento, saranno proposti interventi per la gestione dell’ansia, metodi di rilassamento e di consapevolezza come la mindfulness. Altrettanto importante sarà intervenire con i numerosi evitamenti messi in atto nel contesto di vita attraverso strategie di desensibilizzazione sistematica concordate (rendere qualcosa inizialmente molto ansiogeno meno spaventoso) e lavorare sulla ristrutturazione cognitiva dei contenuti irrazionali di rifiuto e inadeguatezza (cambiare la visione di sé negativa e degli altri ipercritici e rifiutanti). La persona sarà aiutata a lavorare sulla tolleranza delle emozioni dolorose, quali l’ansia e la vergogna, e rinforzata al contatto sociale grazie a training specifici sulle abilità interpersonali per potenziare le competenze sociali. Ottenuti questi principali obiettivi a breve termine sarà possibile mettere in discussione i pensieri automatici negativi di autosvalutazione e di bassa autostima (quella sorta di radio mentale che continua a ripetere che non andiamo bene e che saremo rifiutati) ristrutturando gli schemi disadattivi di visione di sè e degli altri (opinioni e credenze negative su di sè e sugli altri). Nel trattamento del disturbo evitante di personalità potrà essere proposto, anche in affiancamento al lavoro individuale, e sempre in accordo e condivisione con la persona, un training di gruppo per aiutare nella pratica, in ambiente protetto e tutelato, le nuove competenze acquisite e abilità sociali. In merito agli aspetti comportamentali si lavorerà per favorire la possibilità d’espressione dei propri bisogni grazie a un lavoro di training assertivo e role playing e all’esposizione graduale delle situazioni temute. L’intervento psicoterapeutico cognitivo-comportamentale sarà costruito e condiviso insieme alla persona che chiede aiuto in modo tale da renderla partecipe e consapevole nel rispetto dei suoi bisogni e necessità. L’obiettivo ultimo del percorso è di permettere alla persona di sentirsi maggiormente a suo agio nei suoi panni e nelle relazioni con gli altri, abbassando il livello dell’ansia e del timore del giudizio in modo da sperimentare la libertà del contatto umano gratificante e nutriente, questo perché la fonte di sofferenza più grande per queste persone è quella di non riuscire a condividere con gli altri e di sentirsi appartenenti ma diversi.Il trattamento cognitivo-comportamentale per il disturbo evitante